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  5 febbraio 2012
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LE ANTICHE VIE DEL SALE,LE PIÙ ANTICHE VIE DI COMUNICAZIONE 

Da sempre confine da valicare per andare alla ricerca di terre nuove, le catene montuose hanno scritto pagine tra le più affascinanti sulla storia delle vie di comunicazione e del cammino degli uomini che, per mille motivi differenti, le hanno aperte e percorse.
La Nona Regio romana, in cui si inserisce il territorio di cui oggi trattiamo, era attraversata da strade importanti come la via Aurelia, che costeggiava la costa ligure e verso la quale confluivano la Via Postumia (all’altezza di Genova) e la Via Julia Augusta, (all’altezza di Savona) provenienti dal nord dove coglievano i traffici della via Aemilia. Una direttrice importante, giungendo da Pedona, (Borgo San Dalmazzo) valicava il colle di Tenda e scendeva ad intercettare la via Aurelia ad Alba Intemilium (Ventimiglia). Allo stesso modo altre vie minori attraversavano il settore sud della provincia cuneese giungendo anch’esse a toccare la più importante direttrice che scorreva lungo la costa marina.
Se la catena di montagne, in generale, rappresenta un limite oltre il quale andare per  trovare terre e paesi nuovi, per raggiungere un “altrove” sconosciuto, le ultime propaggini delle Marittime che formano lo scudo roccioso contro il quale termina il territorio di cui stiamo parlando, non hanno fatto eccezione. Al di qua delle montagne troviamo, nel corso della storia, i centri abitati della pianura; antichi villaggi che la romanità farà proprii sviluppandoli e che il medio evo vedrà ancora animarsi con lo sviluppo delle comunità cristiane raccolte attorno alle prime Pievi.
Il territorio di cui trattiamo si vivificava, in particolare, introno a Bredulum, a Vico, a Ceva e ad una miriade di altri piccoli villaggi uniti fra loro da tracciati abbastanza noti dei quali non ci è giunta, tuttavia, toponomastica.
Al di la di queste vette c’è il mare. Lo suggerisce il nome medesimo di questa giogaia, lo rivela lo stesso panorama che si ammira dalle cime più scoperte da dove si può distintamente scorgere, nelle giornale terse, la costa ligure.
Liguri erano gli abitatori più remoti di queste montagne, i primi, probabilmente, a calcare i sentieri che attraverso i naturali valichi, i colli, portano dalla pianura verso le coste liguri.
Ci parla lo storico Livio per primo di questi montanari, che chiama Liguri Alpini. Ligures Capillati li definisce invece Caio Plinio il quale nelle sue cronache ci riferisce di come questi uomini dalle lunghe chiome fossero divisi in tribù, dediti all’allevamento del bestiame ed all’agricoltura dalla cui pratica ricavavano segala, canapa, panico, grano.
La loro vita era agreste; aravano la terra, tessevano la lana, allevavano qualche pecora su un terreno ostile e sterile, conducevano un’esistenza dura, piena di pericoli e di insidie, ricavando il necessario per vivere con una fatica immensa, così come ci narra Diodoro Siculo.
Le donne fanno la stessa vita degli uomini, svolgendo anch’esse i pesanti lavori manuali che l’esistenza su queste montagne impone.
L’abbigliamento di questo popolo è inconsueto alla vista di chi narra le loro abitudini: essi non portano le tuniche come i romani, ma rozze “brachas”, una sorta di pantalone tenuto fermo attorno alle gambe ed alla vita da una trama di cinghie. Sulle spalle portano pesanti mantelli cuciti con pelliccia d’agnello.
Su queste terre si sviluppano commerci che, inevitabilmente comportano spostamenti da un luogo all’altro, fra tribù e tribù, fra la pianura e le montagne, fra qui ed il mare. Si creano delle vie. La tendenza naturale, quella più comune, è quella che porta in direzione del mare, per molti motivi.
Primo fra tutti, ma non l’unico, il commercio del sale, dell’olio, dei formaggi.
Nasce così la strada che dalla valle Ellero la quale, valicando il passo delle Saline, scende a Carnino ed Upega nell’alta valle del Negrone da dove procede verso la Colla di San Bernardo e quindi verso Imperia, nota come via Pompea o via del Sale; nasce, parallelamente, la strada che tagliando tutta la valle Corsaglia sale verso il Colle del Termini per scendere ad Ormea e di qui prosegue verso il colle di Nava e Pieve di Teco.
Nasce la strada che da Vico risale la valle del Roburentello per salire al monte Savino, scendere a Pamparato e proseguire per l’alta Valle del Casotto, valicare il colle omonimo  verso Garessio da dove, superando il Colle di San Bernardo, prosegue verso la Liguria, conosciuta come via Sonia o via Savinia.
Queste strade, oltre a rappresentare sentieri sicuri e collaudati per l’esercizio dei più svariati commerci, erano nei loro tratti intermedi un grande mezzo di comunicazione fra valli contigue o contrapposte. La viabilità più abituale ha consentito, nel passato, scambi tra i luoghi toccati dai tragitti delle strade limitando, contemporaneamente, commerci e contatti fra zone assai vicine, ma non comunicanti fra loro.
L’alta valle del Corsaglia, ad esempio, gode di una vicinanza straordinaria con l’alta valle del Tanaro. E’ stata, nel passato, assolutamente normale la nascita di scambi e conoscenze fra i pastori dell’una e dell’altra parte che frequentavano le parti più elevate degli alpeggi, ed ancora oggi un escursionista può facilmente verificare come sia rapido passare dalla alta valle del Casotto all’alta Valle del Tanaro e magari scendere in Valle Corsaglia  coprendo spostamenti che, lungo le moderne vie di comunicazione risulterebbero molto, molto più lunghi.
Così pure dicasi per la Valle Ellero dov’erano consueti i contatti fra le popolazioni dell’alta Valle con Carnino, sul versante opposto, mentre erano assai più rari con i paesi di fondovalle.
E’ necessario provare a calarsi in realtà primordiali per meglio comprendere le geografie dei luoghi, la loro connessione con le geografie umane e le loro evoluzioni, sviluppatesi e modificatesi secondo principi di un’equità dosata sulle più reali ed elementari possibilità di trasferimento delle persone e delle merci: la marcia a piedi o, al massimo, in soma ad un animale.
La scelta, pertanto, doveva essere quella di seguire la via più breve e meno pericolosa; poco importava la presenza di saliscendi, di passaggi obbligati intorno a speroni rocciosi, di tornanti per vincere un pendio; il fattore fondamentale era la ricerca del miglior rapporto possibile fra distanza e fatica.
Ma, tornando alla storia più remota di queste valli, vediamo qui insediata la stirpe degli Epanteri, che i Romani incorporeranno, alla loro conquista, nella Tribù Camillia.
Oltre la cortina montuosa, verso le coste liguri ci sono gli Intemeli, con capitale ad Alba Intemelium ( la attuale Ventimiglia) gli Ingauni, con capitale ad Alba Ingaunum ( L’attuale Albenga) i Sabati, con Capitale a Vada Sabatia (l’attuale Vado Ligure),  con queste popolazioni gli Epanteri scambiano traffici ma, più stesso entrano in conflitto per problemi relativi all’uso dei pascoli, mentre  attività commerciali tranquille si sviluppano con i Cartaginesi, i Greci, gli Etruschi che  arrivano coi loro mercanti fin sulle aree pianeggianti dove sorgono Ceva, Vico, Bredolo uniti tra loro da strade facilmente transitabili, per commerciare lana e formaggio.
Tutto cambierà con la conquista romana che qui tarda ad arrivare; le genti che popolano queste montagne, al contrario dei romani, non possiedono strategie di battaglia, si muovono disordinatamente; non possiedono buone armi: esse ricavano ferro di scarsa qualità dalle numerose miniere sparse per il territorio col quale forgiano lunghe e pesanti spade, ma queste non possono competere con la qualità delle armi prodotte col ferro romano estratto all’Isola d’Elba tuttavia sono padroni dei luoghi impervi, tendono imboscate, si muovono con più facilità sui sentieri, lungo i dirupi e nelle selve.
Fin dal secondo secolo a.C. le truppe romane premono verso questi luoghi perché all’impero fanno gola sia le fertili pianure che i commerci che i Liguri detengono.
Gli Epanteri saranno tra gli ultimi a capitolare, nel 181 aC.; i villaggi verranno incendiati e distrutti, le popolazioni deportate in schiavitù.
Gradatamente avviene la romanizzazione che passa attraverso il trasferimento di popolazioni dall’agro romano alle pianure, alle Langhe, ai villaggi del basso Piemonte e progressivamente porta con se anche alcuni dei suoi benefici: nuove architetture, nuove tecniche costruttive per gli acquedotti, e le strade.
Così si delinea una viabilità che collega i vari municipi romani fra loro, mentre le vecchie strade transalpine vengono migliorate, i sentieri che portano verso i villaggi dei Ligures diventano strade in terra battuta ed alcuni tratti vengono selciati anche se i percorsi fondamentali delle antiche vie di comunicazione restano invariati fino ai giorni nostri.
La fine dei Liguri Montani avverrà pochi anni più tardi, ad opera delle truppe di Augusto alleatesi col re Cozio della Valle Susa. Questi eserciti annientano i Liguri Montani, torturano i loro capi, bruciano i loro villaggi dove trapiantano popolazioni germaniche.
E’ l’anno 12 a C. quando Dione Cassio può scrivere nei proprii resoconti storici “Alpes Marittimae quas Ligures Capillati incoluerant, in servitutem redactae sunt”.
Seguendo le tracce lasciate lungo le direttrici di movimento delle popolazioni dell’antichità si riesce oggi ad ipotizzare con una certa precisione il tracciato delle antiche strade.
Per far questo è molto interessante analizzare i più importanti ritrovamenti di cippi romani fatti nell’area che stiamo analizzando.
Ecco come lo storico  Arcangelo Ferro descrive i ritrovamenti effettuati nei territori di Torre Mondovì: “Verso il 1871 nel territorio di Torre, regione Costacalda, presso la costa dei Dardelli, già proprietà della Certosa di Casotto, si scopersero delle urne di creta, nelle quali erano effigiati geni ed altri ornati. Inoltre « sul ciglio di un campo posto tra la cascina detta Ciape e la cascina nuova di Costacalda… giaceva una pietra sopra della quale si vedevano scolpite delle lettere ... ; e riconobbi una ... lapide romana: T. VOCONI T. F. IVCVN VI A, XV. «Di Tito Voconio lucundo, figlio di Tiro, visse anni 15» .
Questo è il primo indizio che fece pensare al tragitto della Via Sonia, o Savinia.
Ma continuano i ritrovamenti sulla stessa direttrice, infatti tra Torre, Montaldo e Pamparato vengono alla luce pietre con iscrizioni sepolcrali, monete dell’epoca imperiale ed altri reperti che riconducono in modo inequivocabile ad un fitto transito di genti.
Numerosi storici  citano la via Sonia o Savinia, indicandola come strada già presente all’epoca della conquista romana avvenuta con la vittoria dell’esercito dell’ Urbe sulle ultime tribù ribelli di Liguri Montani o Liguri Capillati.
Lo storico Nallino ricostruisce, pur accusando di non possedere documenti totalmente probanti, il tragitto della via Sonia: questa strada che, verosimilmente, arrivava dalla pianura  (dove erano vitali centri importanti come Augusta Bagiennorum, Bredolo,Vico,Ceva, Pollenzo e Pedona per citare solo i più vicini), e all’altezza del luogo dove ora sorge Torre  iniziava a salire a mezza costa fino all’altezza del monte Savino, forse dopo aver toccato i siti ove sorgono le cappelle di S.Elena e  S.Giorgio. Di qui proseguiva poi verso il colle di Casotto da dove scendeva in direzione di Garessio e seguitava, quindi, verso la costa ligure.
Non è fuori luogo pensare che questa fosse una direttrice comunemente percorsa per i normali commerci con la vicina costa ligure, se non altro per approvvigionare i mercati di un elemento fondamentale nella vita delle popolazioni, ossia di sale.
Allo stesso modo alla fine degli anni cinquanta il ritrovamento di reperti  in territorio di Montaldo fece ipotizzare il passaggio in quel territorio di una strada che, salendo dalle Moline, saliva verso il colle dove già nell’epoca del ferro sono documentati insediamenti umani, per procedere poi verso il mare. La via Marenca, ossia la via che porta al mare, avrebbe in questo caso lasciato il proprio toponimo legato ad una borgata di Montaldo.Una nutrita serie di indizi, quindi, tratteggia una presenza o quantomeno un passaggio delle popolazioni di epoca romana in questi territori.
La stessa coda accade, ovviamente, per quanto riguarda la strada del Sale che risale la valle Ellero alcuni tratti della quale sono ancora evidenti nelle forme originali.
Quasi nulla rimane, se non il tracciato, nelle arterie che univano fra loro Vico, Bredolo e Ceva. Queste strade, specie fin prima dell’avvento dell’automobile, hanno continuato ad essere le medesime per secoli ricalcando nel loro incedere i tragitti di commerci, spostamenti di soldati, fughe di banditi e  pellegrinaggi antichi di decine di secoli.

 

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